Storia del Dogma dell'Immacolata Concezione

Dogma

“SINTESI DI TUTTA LA DOTTRINA CRISTIANA”

Ricordando Giovanni Paolo II nel Concistoro del 2006, Benedetto XVI diceva: “l’importanza del principio mariano nella Chiesa è stata particolarmente evidenziata, dopo il Concilio, dal mio amato predecessore, coerentemente col suo motto Totus tuus. Nella sua impostazione spirituale e nel suo instancabile ministero si è resa manifesta agli occhi di tutti la presenza di Maria quale Madre e Regina della Chiesa”[1].

Tale impostazione spirituale si è manifestata in modo esplicito in tante occasioni, anche con forme espressive particolari. Ad esempio nel discorso tenuto durante l’udienza alla Pontificia Accademia dell’Immacolata il 5-1-1990 Giovanni Paolo II ha sottolineato che il dogma dell’Immacolata “potrebbe costituire una sintesi di tutta la dottrina cristiana”. Che cosa effettivamente intendeva dire il Papa con questa espressione che in effetti ad un primo sguardo può apparire singolare ma è anche estremamente impegnativa? Queste parole indicano in realtà tutto un modo di partecipare alla vita cristiana, di entrare in comunione con Cristo nella pienezza della sua Rivelazione, e poggiano su uno dei principi fondamentali del magistero di Giovanni Paolo II che può essere riassunto con le sue stesse parole: “ogni discepolo di Cristo è invitato ad accogliere Maria presso di sé, e farle posto nella propria vita. Perché, in forza delle parole di Gesù morente, ogni vita cristiana deve offrire uno spazio a Maria, non può non includere la sua presenza”[2].

Il dogma dell’Immacolata quindi può costituire una sintesi della dottrina cristiana tanto nei contenuti che racchiude quanto nei riflessi che ha nella vita, mostrando in tal modo che nel cristianesimo la dottrina non può mai essere considerata separatamente dalla vita[3].

Un primo elemento che emerge dal dogma è il legame tra Sacra Scrittura, Magistero e Tradizione vivente della Chiesa. Pio IX infatti ha concluso, con la definizione dogmatica, un lungo processo storico durante il quale sono stati coinvolti tutti i fattori essenziali della dottrina della Chiesa. In primo luogo c’è la Rivelazione biblica la quale però è stata illuminata dal sentire comune dei Padri, dalla certezza della fede del popolo, dalle intuizioni dei santi, dalla precisione dei teologi, dall’esperienza delle comunità religiose, dal discernimento del Magistero.

Il cammino con il quale la Chiesa ha preso pienamente coscienza del totale e assoluto distacco di Maria da ogni macchia di peccato è stato molto lungo ed è iniziato con la riflessione su quanto la Sacra Scrittura afferma su di Lei. E’ stata la coscienza viva della Chiesa ad interrogarsi per entrare più profondamente nel Mistero della Persona della Beata Vergine Maria, e questo criterio ecclesiale rimarrà essenziale lungo tutto il percorso che culminerà nella proclamazione dogmatica del privilegio mariano.

Il primo elemento che ha destato i cuori dei Padri della Chiesa orientale è il saluto che l’angelo Gabriele rivolge a Maria chiamandola “piena di grazia”. “L’appellativo “resa piena di grazia”, rivolto dall’angelo a Maria nell’Annunciazione, accenna all’eccezionale favore divino concesso alla giovane di Nazaret in vista della maternità annunciata, ma indica più direttamente l’effetto in Maria della grazia divina; Maria è stata intimamente e stabilmente permeata dalla grazia e dunque santificata. La qualifica kecharitoméne ha un significato densissimo, che lo Spirito Santo non ha mai smesso di far approfondire dalla Chiesa. Nel saluto dell’angelo l’espressione “piena di grazia” ha quasi valore di nome: è il nome di Maria agli occhi di Dio. Nell’uso semitico, il nome esprime la realtà delle persone e delle cose cui si riferisce. Di conseguenza, il titolo “piena di grazia” manifesta la dimensione più profonda della personalità della giovane donna di Nazaret: a tal punto plasmata dalla grazia e oggetto del favore divino, da poter essere definita da questa speciale predilezione”[4] . Sulla base di questa interpretazione i Padri iniziarono a parlare di Maria chiamandola la “Tutta Santa”, ma questa perfezione, per essere totale, doveva toccare anche l’origine della sua stessa vita.

“Nel VI secolo il Vescovo  Theoteknos di Livias celebra la nascita della Vergine Maria annunciando “nasce come i cherubini Colei che è di un’argilla pura e senza macchia” (Panegirico per la festa dell’Assunzione). Quest’ultima espressione, ricordando la creazione del primo uomo, plasmato da un’argilla non macchiata dal peccato, attribuisce alla nascita di Maria le stesse caratteristiche: anche l’origine della Vergine è stata “pura e immacolata”, cioè senza nessun peccato. Il paragone con i cherubini, inoltre, ribadisce l’eccellenza della santità che ha caratterizzato la vita di Maria sin dai primordi della sua esistenza.

L’affermazione di Theoteknos segna una tappa significativa della riflessione teologica sul mistero della Madre del Signore. I Padri greci ed orientali avevano ammesso una purificazione operata dalla grazia in Maria sia prima dell’Incarnazione (S. Gregorio Nazianzeno, Oratio 38,16), sia al momento stesso dell’Incarnazione (S. Efrem, Saveriano di Gabala, Giacomo di Sarug). Theoteknos di Livias sembra richiedere per Maria una purezza assoluta fin dall’inizio della sua vita. Infatti, Colei che è stata destinata a diventare la Madre del Salvatore non poteva non avere una origine perfettamente santa, senza macchia alcuna.

Nell’VIII secolo, Andrea di Creta, è il primo teologo che vede nella natività di Maria una nuova creazione. Egli così argomenta: “Oggi l’umanità, in tutto il fulgore della sua nobiltà immacolata, riceve la sua antica bellezza. Le vergogne del peccato avevano oscurato lo splendore e il fascino della natura umana; ma quando nasce la Madre del Bello per eccellenza, questa natura recupera, nella sua persona, i suoi antichi privilegi ed è plasmata secondo un modello perfetto e veramente degno di Dio… Oggi la riforma della nostra natura comincia e il mondo invecchiato, sottomesso a una trasformazione tutta divina, riceve le primizie della seconda creazione” (Serm. I sulla Natività di Maria). Riprendendo poi l’immagine dell’argilla primitiva, egli afferma: “Il corpo della Vergine è una terra che Dio ha lavorato, le primizie della massa adamitica divinizzata nel Cristo, l’immagine veramente somigliante alla bellezza primitiva, l’argilla impastata dalle mani dell’Artista divino” (Serm. I sulla Dormizione di Maria).

La Concezione pura e immacolata di Maria appare così come l’inizio della nuova creazione. Si tratta di un privilegio personale concesso alla donna scelta per essere la Madre di Cristo, che inaugura il tempo della grazia abbondante, voluto da Dio per l’intera umanità.

Questa dottrina, ripresa nel medesimo VIII secolo da san Germano di Costantinopoli e da san Giovanni Damasceno, illumina il valore della santità originale di Maria, presentata come l’inizio della redenzione del mondo.

In tal modo la riflessione ecclesiale recepisce ed esplicita il senso autentico del titolo “piena di grazia”, attribuito dall’angelo alla Santa Vergine. Maria è piena di grazia santificante, ed è tale fin dal primo momento della sua esistenza. Questa grazia, secondo la Lettera agli Efesini (Ef 1,6), viene conferita in Cristo a tutti i credenti. L’originale santità di Maria costituisce il modello insuperabile del dono e della diffusione della grazia di Cristo nel mondo.

La perfezione della santità e la pienezza di grazia rendono Maria totalmente avversa al male, e questa interpretazione permette di ritrovare altri elementi fondanti la concezione immacolata anche nel Libro della Genesi (3,15), nel passo che dal XVI secolo in avanti verrà chiamato “Protovangelo”: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. “Il testo della Genesi, secondo l’originale ebraico, attribuisce l’azione contro il serpente non direttamente alla donna, ma alla stirpe di lei. Il testo dà comunque un grande risalto al ruolo che ella svolgerà nella lotta contro il tentatore: il vincitore del serpente sarà, infatti, sua progenie.


[1] BENEDETTO XVI,  Omelia, 25 marzo 2006.
[2]
GIOVANNI PAOLO II, Catechesi all’udienza generale, 23 novembre 1988
[3]
GIOVANNI PAOLO II, Cfr. Esortazione Apostolica. Catechesi tradendae; Enciclica Fides et ratio.
[4]
GIOVANNI PAOLO II, Catechesi all’udienza generale, 15 maggio 1996.


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