Storia del Dogma dell'Immacolata Concezione

Dogma p.2

Chi è questa donna? Il testo biblico non riferisce il suo nome personale, ma lascia intravedere una donna nuova, voluta da Dio per riparare la caduta di Eva: ella è chiamata, infatti, a restaurare il ruolo e la dignità della donna e a contribuire al cambiamento del destino dell’umanità, collaborando mediante la sua missione materna alla vittoria divina su satana.

Alla luce del Nuovo Testamento e della tradizione della Chiesa, sappiamo che la donna nuova annunciata dal Protovangelo è Maria, e riconosciamo nella “sua stirpe” (Gen 3,15), il figlio, Gesù, trionfatore nel mistero della Pasqua sul potere di satana.

Osserviamo altresì che l’inimicizia, posta da Dio fra il serpente e la donna, si realizza in Maria in duplice modo. Alleata perfetta di Dio e nemica del diavolo, ella fu sottratta completamente al dominio di satana nell’immacolato concepimento, quando fu plasmata nella grazia dallo Spirito Santo e preservata da ogni macchia di peccato. Inoltre, associata all’ opera salvifica del Figlio, Maria è stata pienamente coinvolta nella lotta contro lo spirito del male.

Così, i titoli di Immacolata Concezione e di Cooperatrice del Redentore, attribuiti dalla fede della Chiesa a Maria per proclamare la sua bellezza spirituale e la sua intima partecipazione all’opera mirabile della redenzione, manifestano l’opposizione irriducibile fra il serpente e la nuova Eva”[1].


Da ciò derivano ulteriori conferme per la dottrina dell’Immacolata Concezione in quanto “l’assoluta ostilità stabilita da Dio tra la donna e il demonio postula quindi in Maria l’Immacolata Concezione, cioè una assenza totale di peccato, sin dall’inizio della vita. Il Figlio di Maria ha riportato la vittoria definitiva su Satana e ne ha fatto beneficiare in anticipo la Madre, preservandola dal peccato. Di conseguenza il Figlio le ha concesso il potere di resistere al demonio, realizzando così nel mistero dell’Immacolata Concezione il più notevole effetto della sua opera redentrice”[2].


Il terzo elemento biblico proviene dal Libro dell’Apocalisse (12,1), l’immagine della Donna vestita di sole che partorisce un figlio maschio destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro (12,5). Tali espressioni, anche se non indicano direttamente il privilegio dell’Immacolata Concezione permettono di riconoscere una speciale cura del Padre verso Maria, avvolta della luce della grazia di Cristo e dello splendore dello Spirito e conducono a considerare la dimensione ecclesiale della persona di Maria: la donna vestita di sole rappresenta anche la santità della Chiesa che si realizza pienamente in Maria proprio in virtù di una “grazia singolare”.

Sant’Ireneo riassume le considerazioni suggerite dalla lettura di questi passi biblici che si sviluppa nella Chiesa e imposta il parallelo tra la Vergine Maria e la progenitrice Eva, presentando “Maria come la nuova Eva che, con la sua fede e la sua obbedienza, ha controbilanciato l’incredulità e la disobbedienza di Eva. Un tale ruolo nell’economia della salvezza richiede l’assenza di peccato. Era conveniente che come Cristo, nuovo Adamo, anche Maria, nuova Eva, non conoscesse il peccato e fosse così più atta a cooperare alla redenzione. Il peccato, che quale torrente travolge l’umanità, s’arresta dinanzi al Redentore e alla sua fedele Collaboratrice. Con una sostanziale differenza: Cristo è tutto santo in virtù della grazia che nella sua umanità deriva dalla persona divina; Maria è tutta santa in virtù della grazia ricevuta per i meriti del Salvatore”[3].

Se nei Padri greci la dottrina di una totale preservazione di Maria dal peccato sin da prima della sua nascita si faceva strada lentamente ma costantemente, nel mondo latino sorsero invece maggiori obiezioni. Si faceva notare che “alle affermazioni scritturistiche, cui fanno riferimento la Tradizione e il Magistero per fondare la dottrina dell’Immacolata Concezione, sembrerebbero opporsi i testi biblici che affermano l’universalità del peccato.

L’Antico Testamento parla di un contagio peccaminoso che investe ogni “nato di donna” (Sal 50,7); (Gb 14,2). Nel Nuovo Testamento, Paolo dichiara che, a seguito della colpa di Adamo, “tutti hanno peccato”, e che “per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna” (Rm 5,12.18). Dunque, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, il peccato originale “intacca la natura umana”, che si trova così “in una condizione decaduta”. Il peccato viene perciò trasmesso “per propagazione a tutta l’umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali” (n. 404). A questa legge universale Paolo ammette però un’unica eccezione: Cristo, colui “che non aveva conosciuto peccato” (2 Cor 5,21), e così ha potuto far sovrabbondare la grazia “laddove è abbondato il peccato” (Rm 5,20)”[4]. Il tema dell’affermazione paolina fu ripreso con forza particolare da Sant’Agostino. “Il grande dottore della Chiesa si rendeva senz’altro conto che la condizione di Maria, madre di un Figlio completamente santo, esigeva una purezza totale ed una santità straordinaria. Per questo, nella controversia con Pelagio, ribadiva che la santità di Maria costituisce un dono eccezionale di grazia, ed affermava in proposito: “Facciamo eccezione per la Santa Vergine Maria, di cui, per l’onore del Signore, voglio che in nessun modo si parli quando si tratta di peccati: non sappiamo forse perché le è stata conferita una grazia più grande in vista di vincere completamente il peccato, lei che ha meritato di concepire e di partorire Colui che manifestamente non ebbe alcun peccato?” (De natura et gratia, 42).

Agostino ribadì la perfetta santità di Maria e l’assenza in lei di ogni peccato personale a motivo della eccelsa dignità di Madre del Signore. Egli tuttavia non riuscì a cogliere come l’affermazione di una totale assenza di peccato al momento della concezione potesse conciliarsi con la dottrina dell’universalità del peccato originale e della necessità della redenzione per tutti i discendenti di Adamo. A tale conseguenza giunse, in seguito, l’intelligenza sempre più penetrante della fede della Chiesa, chiarendo come Maria abbia beneficiato della grazia redentrice di Cristo fin dal suo concepimento”[5].

La presenza di difficoltà a livello teologico non impedì la diffusione della festa della “Concezione di Maria” che fu introdotta nel IX secolo nell’Italia meridionale e poi in Inghilterra. In Oriente già dal secolo VIII erano stati composti degli inni liturgici che celebravano la concezione di Maria, fissandola il 9 dicembre con il titolo esatto di festa della Concezione di Sant’Anna, madre della Theotokos[6]. I centri di sviluppo in Occidente furono i monasteri benedettini anglosassoni, la Chiesa di Lione e l’Ordine francescano. Verso il 1128 un monaco di Canterbury, Eadmero, scrivendo il primo trattato sull’Immacolata Concezione, lamentava che la relativa celebrazione liturgica, gradita soprattutto a coloro “nei quali si trovava una pura semplicità e una devozione più umile a Dio” (Tract. de conc. B.M.V., 1-2), era stata accantonata o soppressa. Desiderando promuovere la restaurazione della festa, il pio monaco respinge l’obiezione di sant’Agostino al privilegio dell’Immacolata Concezione, fondata sulla dottrina della trasmissione del peccato originale nella generazione umana. Egli ricorre opportunamente all’immagine della castagna “che è concepita, nutrita e formata sotto le spine, ma che tuttavia resta al riparo dalle loro punture” (Tract., 10). Anche sotto le spine di una generazione che per sé dovrebbe trasmettere il peccato originale, argomenta Eadmero, Maria è rimasta al riparo da ogni macchia, per esplicito volere di Dio che “l’ha potuto, manifestamente, e l’ha voluto. Se dunque l’ha voluto, lo ha fatto” (Ivi)[7]. Pochi anni dopo la festa viene accolta con grande fervore a Lione dove viene celebrata ogni anno dal capitolo della cattedrale. E’ proprio scrivendo nel 1138 ai canonici lionesi che San Bernardo di Chiaravalle esprime la sua contrarietà nei confronti di tale consuetudine. Secondo l’abate cistercense Maria “già esistente nel grembo materno, ha ricevuto la santificazione la quale, con l’esclusione del peccato, ha reso santa la nascita, non però anche il concepimento”. In ogni caso, prima di introdurre una festa che celebra il momento del concepimento di Maria sarebbe stato opportuno consultare la Santa Sede alla cui opinione egli si sarebbe in ogni caso adeguato[8]. Va detto anche che nella riflessione dei teologi dell’epoca non c’era uniformità riguardo al significato che essi attribuivano a “conceptio” che infatti per alcuni era il momento della formazione del corpo, per altri il momento dell’infusione dell’anima. Per alcuni l’attribuzione del peccato originale era legata alla carne, per altri richiedeva la presenza dell’anima.


[1] GIOVANNI PAOLO II,  Catechesi all’udienza generale, 24 gennaio 1996.
[2]
GIOVANNI PAOLO II,  Catechesi all’udienza generale, 29 maggio 1996.
[3]
Ibidem.
[4]
Ibidem.
[5]
GIOVANNI PAOLO II,  Catechesi all’udienza generale, 5 giugno 1996.
[6]
C.MAGGIONI, La “Tutta Santa” nelle testimonianze liturgiche, in AA.VV., L’Immacolata segno della bellezza e dell’amore di Dio, PAMI, 2005, pp.31-64.
[7]
GIOVANNI PAOLO II,  Catechesi all’udienza generale, 5 giugno 1996.
[8]
G. SÖLL, Storia dei dogmi mariani, Libreria Ateneo Salesiano, Roma, 1981, p.280.


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