Storia del Dogma dell'Immacolata Concezione

Dogma p.3

L’incertezza fu risolta da San Tommaso d’Aquino che colloca il punto di relazione della definizione di colpa nel momento dell’infusione dell’anima, a differenza di Sant’Agostino che tendeva a collegarlo alla carne.

Ma la barriera più resistente alla dottrina dell’immacolato concepimento di Maria veniva dal secondo argomento: la necessità universale della redenzione. Così San Tommaso parlava della “santificazione” di Maria prima della sua nascita nel senso che la Vergine era stata purificata dal peccato originale: “creditur santificata fuisse antequam nata”[1]. La maggior parte dei teologi della Scolastica propende per l’opinione secondo la quale Maria sarebbe stata concepita col peccato originale ma subito dopo santificata, anzi quasi immediatamente “in ipsa infusione animae”. Alcuni dottori francescani come Guglielmo di Ware (fine XIII secolo) cercarono di andare più in là pensando che il corpo di Maria “debuit esse originale principium corporis Christi non in quantum vitiata”, e questa strada di fatto inizia a dirigersi verso la soluzione che sarà trovata da Duns Scoto: il dogma dell’immacolata concezione ha una giustificazione cristologica.

Mentre la teologia fatica a superare le sue difficoltà, la dottrina dell’immacolato concepimento procede tramite la liturgia in quanto la festa della Conceptio Mariae si diffonde sempre più durante tutto il Medioevo. Nel corso del XIII secolo viene accolta in tutte le diocesi dell’Inghilterra, in Francia, in Germania e, alla metà del secolo, il domenicano fra Bartolomeo da Brescia dà notizia che essa viene celebrata presso la corte papale risiedente ad Anagni. Nel caso dell’Immacolata Concezione si è manifestato molto chiaramente il principio, riconosciuto nella Chiesa sin dalle decretali del V secolo, secondo il quale la liturgia e la preghiera orientino la definizione del credere: “perché la regola del pregare stabilisca la maniera del credere“[2].

Se pur l’oggetto della festa non era ancora fissato con precisione, in generale c’era accordo sul fatto che si festeggiasse la santificazione di Maria avvenuta prima della sua nascita, oppure la sua purificazione dal peccato originale avvenuta in un momento che nessuno però era ancora in grado di determinare. Il significato della celebrazione diventerà univoco quando saranno risolte le controversie teologiche e ciò avverrà all’inizio del XIV secolo grazie al francescano Giovanni Duns Scoto.

Alla base dell’argomentazione di Scoto c’è un concetto elevatissimo della Redenzione operata da Cristo. Se Maria viene concepita senza peccato originale ciò, spiega il dottore francescano, avviene per l’infinita potenza redentiva di Cristo che ha “preservato” Maria dal contrarre il peccato originale: “è un beneficio maggiore preservare dal male che non permettere che si cada nel male e poi se ne effettui la liberazione”[3]. Durante i suoi corsi di teologia a Oxford svilupperà questo elemento in maniera esplicita: “Cristo è il mediatore più perfetto di tutti i mediatori e redentori possibili; così nei riguardi di Maria che è la persona a favore della quale interviene in modo particolare come Mediatore, Egli esercita il più perfetto atto di mediazione e di riscatto possibile nella sua qualità di Mediatore e di Redentore. Tale atto di mediazione totalmente perfetto richiede però nel riscatto la preservazione da ogni colpa, anche da quella originale; la Vergine dunque fu esente da ogni macchia originale”. Ripeterà anche durante gli anni di Parigi le medesime affermazioni: “stabilisco dunque che la Vergine non ha contratto il peccato originale per l’eccellenza di suo Figlio, in quanto Egli è Redentore, Riconciliatore e Mediatore”. Scoto volle però andare più a fondo e chiarire tutti i termini della questione anche perché il cosiddetto “partito maculista”, cioè i teologi che sostenevano che Maria non fosse stata “preservata” ma “liberata” dal peccato originale dopo il concepimento e prima della nascita, potevano produrre, oltre che il passo di San Paolo “in Adamo tutti hanno peccato” (Rm 5,12), testi risalenti a S.Agostino, S.Leone Magno, S.Girolamo, il Decretum Gratiani, S.Bernardo e S.Anselmo. In primo luogo Scoto precisò quale fosse il “primo istante del concepimento”; in esso vi sono due momenti distinti, quello della “animazione” cioè dell’infusione dell’anima nel corpo, e quello della “santificazione”, ossia l’infusione della grazia nell’anima. Nel caso della Vergine i due momenti coincidono in quanto la sua anima fu creata, unita al corpo e santificata nello stesso istante, e questo non poteva avvenire per merito proprio “ma per merito di un altro, perché chiunque avrebbe per sé il peccato originale se un altro non lo prevenisse con la sua mediazione”. Da ciò deriva la conclusione decisiva che permette di salvaguardare il dogma della necessità universale della redenzione, che era il primo e più importante ostacolo alla dottrina dell’Immacolata Concezione. Afferma Scoto nella Reportatio Parisiensis: “Maria ebbe massimamente bisogno di Cristo come Redentore; e che avrebbe contratto il peccato originale a causa della comune propagazione se non ne fosse stata prevenuta dalla grazia del Mediatore; e come gli altri ebbero bisogno di Cristo perché per suo merito venisse loro rimesso il peccato già contratto, così a maggior ragione essa ebbe bisogno di un mediatore che prevenisse il peccato per non doverlo mai in alcun modo subire o contrarre”. Scoto pertanto introduce nella teologia il concetto di “redenzione preservativa”, l’elemento determinante per la definitiva accoglienza della tesi immacolatista, una redenzione avvenuta quindi in modo singolare perché del tutto singolare era l’onore dovuto alla Madre del Redentore. Per questo Scoto riafferma, nella sua opera più completa, la sua regola mariana, il criterio che l’aveva guidato nella ricerca di questa soluzione: “se la cosa non contrasta con l’autorità della Chiesa o della Sacra Scrittura, sembra giusto che si debba attribuire a Maria ciò che è più eccellente”[4].

La spiegazione di Scoto non pose però termine alla controversia che nel secolo successivo si polarizzò soprattutto in due grandi ordini religiosi. I francescani erano a favore dell’Immacolata Concezione basandosi sulla dottrina del loro confratello, i domenicani invece prendevano come riferimento le riserve avanzate da San Tommaso d’Aquino, che nel frattempo (1323) era stato canonizzato, la tradizione più antica e il silenzio della Santa Sede. Ben presto il dibattito coinvolse anche gli altri ordini e le più prestigiose università senza che però ci si avvicinasse ad una composizione delle opinioni. L’aspetto liturgico invece procedeva, ed anche la corte papale, ad Avignone, nel 1330 ammetteva la celebrazione della festa della Conceptio Mariae ma senza che venisse inserita nei calendari liturgici, nei quali infatti non vi è traccia fino alle bolle di papa Sisto IV. I testi liturgici, gli inni,i prefazi e le antifone iniziano dalla metà del XV secolo, a celebrare esplicitamente l’Immacolata Concezione: “Ave in innocentia concepta, nulla labe maculata” canta un inno di un messale inglese; “Tu a Deo fabricata, in conceptu preservata, nulla trahis scelera” troviamo in un inno in uso nella liturgia della Cattedrale di Salisburgo.


Nel 1475 il teologo domenicano fra Vincenzo Baldelli pubblica una raccolta di oltre 200 brani dei padri della Chiesa che, a suo dire, non permettono di accettare la tesi “immacolatista” che lui anzi definisce “erronea, empia e più pericolosa dell’eresia di Pelagio” (Libellus Recollectorius). Di fronte a tale presa di posizione papa Sisto IV incarica due francescani, Leonardo da Nogarole e Bernardino de Bustis di comporre un ufficio liturgico per la festa della “Vergine Immacolata” in cui la dottrina dell’Immacolata Concezione venisse esplicitamente affermata. Con la costituzione Cum praeexcelsa (27 febbraio 1477) il pontefice approva i testi dell’Ufficio e arricchisce la celebrazione con indulgenze. Ma, siccome il documento papale di per sé conteneva solo l’approvazione dei testi liturgici, i teologi “macolisti” proseguirono la loro attività nel contestare la legittimità della festa. In conseguenza di ciò Sisto IV intervenne nuovamente e con la bolla Grave nimis (4 settembre 1483) proibisce di bollare come eretica la dottrina che afferma l’immacolato concepimento di Maria. Tali prese di posizione, se pur non affermano per tutta la Chiesa la dottrina dell’Immacolata Concezione, hanno l’effetto di far decadere rapidamente la tesi contraria.

L’università della Sorbona stabilisce, il 3 marzo del 1497, che tutti i candidati all’insegnamento debbano dichiararsi pubblicamente “assertori e coraggiosi propugnatori dell’Immacolata Concezione” e il 17 novembre seguente 112 professori di teologia (tra i quali, per la prima volta anche 47 domenicani) prestarono il giuramento.



[1] Ivi, pp.282-284.
[2]
“ ut legem credendi lex statuat supplicandi”, Capitula pseudo- Caelestina, Denzinger, 246.
[3]
L. CIGNELLI, La mariologia di Giovanni Duns Scoto e il suo influsso nella spiritualità francescana, in” Quaderni si spiritualità francescana”, 12, pp.89-125; S.M.CECCHIN, Influsso della mariologia francescana sullo sviluppo del dogma dell’Immacolata Concezione, in AA.VV, L’Immacolata segno della bellezza e dell’amore di Dio, PAMI, 2005, pp.65-105.
[4]
Ordinatio III, 3, I.


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