Intervento del Rev. Prof. Alfonso Maria Pompei

Maria, l’icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’umanità

Interventi inserito il: 7 ottobre, 2010 Commenti disabilitati su Maria, l’icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’umanità

Intervento del Rev. Prof. Alfonso Maria Pompei, O.F.M. conv. (Pontificia Accademia dell’Immacolata) alla TERZA PUBBLICA SEDUTA DELLE PONTIFICIE ACCADEMIE
(Contributo delle Pontificie Accademie all’umanesimo cristiano) dal tema “Maria, icona e modello
dell’umanità redenta da Crist”, 7 novembre 1998.


Il titolo della presente relazione accademica è desunto dall’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede, Libertà cristiana e liberazione, approvata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, e dall’Enciclica Redemptoris Mater, del medesimo Sommo Pontefice. Questi due documenti sono stati i miei principali punti di riferimento. Il tema, come è evidente, non potrà essere pienamente sviluppato nell’ambito del tempo qui disponibile.

Il nostro tempo è caratterizzato da una crescente consapevolezza della libertà e dignità individuale e sociale dell’uomo e dei suoi diritti inalienabili. Essa si esprime nell’insopprimibile diffondersi di movimenti di liberazione. Prescindendo da Dio e dalla legge morale, alcuni cercano, mediante la scienza e la tecnica, mediante l’azione politica e sociale, di eliminare la povertà, l’ignoranza e le varie forme di oppressione dell’uomo sull’uomo, che, dall’esterno, limitano o impediscono l’esercizio della libertà, e offendono la dignità di molte persone e di intere popolazioni. Altri ritengono che l’uomo stesso deve conquistare la libertà negando, nella sfera privata e pubblica, la legge morale in quanto tale e Dio stesso, considerati come alienazione dell’uomo in quanto essere pensante e volente.

Gli innegabili risultati raggiunti attraverso scienza e tecnica, organizzazione politica e sociale, non hanno impedito, nelle democrazie industriali, il nascere di nuove minacce, nuove servitù, oppressioni, dipendenze, disuguaglianze nella ripartizione dei beni, degradanti povertà, occasioni di cruenti terrorismi. E non hanno impedito alle società fondate su ideologie atee di sfociare in totalitarismi tirannici, genocidi, terrorismi di Stato, sfruttamenti, sopraffazioni di individui e di intere popolazioni.

La radice di questa tragedia è proprio nel fatto che, prescindendo da Dio e dalla legge morale, e persino negandoli, si ignora o si nega il criterio fondamentale per stabilire la nozione di libertà umana e di liberazione: si ignora, cioè, la verità riguardante l’uomo, che, come ricorda insistentemente il Magistero conciliare e pontificio, scaturisce dal Vangelo dell’incarnazione del Verbo eterno di Dio e della redenzione dell’uomo per sua opera.

Effettivamente, il tema della dignità, libertà e liberazione dell’uomo è nel cuore stesso del Vangelo della redenzione dell’umanità per opera del Figlio di Dio fatto uomo “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Per questa ragione, i cristiani hanno il dovere di esprimere in parole il Vangelo e le sue dimensioni liberatrici, e, soprattutto, di tradurlo nella loro vita individuale sociale. In tal modo, svolgendo il compito assegnato da Dio a ciascuno nella vita presente, si associano all’opera liberatrice di Cristo in attesa del suo ritorno finale, e si rendono “realmente e intimamente solidali con il genere umano e la sua storia”, e si fanno eco delle suddette aspirazioni umane alla liberazione.

Ma come si svela in Cristo la verità riguardante l’uomo, la quale è criterio fondamentale per un retto discorso sulla libertà e la liberazione? In Cristo, come Verbo eterno incarnato e redentore, si manifestano pienamente il Padre e il suo amore paterno per noi, e l’uomo e la sua libertà: l’uomo non è solo creatura di Dio, ma è coinvolto liberamente e gratuitamente da Dio in una storia di alleanze, culminata nell’incarnazione redentrice del Verbo. In altre parole, Dio ha creato l’uomo come propria “immagine”, gli ha partecipato il suo essere eterno, e, senza rinunciare alla propria assoluta trascendenza, si è donato a lui, gli ha dato irrevocabilmente la libertà, per poter essere realmente suo vero e proprio interlocutore, ed ha concluso un’ alleanza con lui. E’ in questa storia di Dio con l’uomo, in questa storia del suo amore per l’umanità e della risposta libera e amorosa dell’uomo al suo amore, che si gioca la libertà umana e se ne manifesta la profondità. La vita umana, come compimento della missione terrena conferita all’uomo dal Creatore, è la risposta all’amore di Dio, è esercizio della vera libertà, che lo inserisce in questa storia di alleanze di amore. Pertanto, l’avvento del Verbo di Dio nella storia, “per noi uomini e per la nostra salvezza”, ci dice che in questa storia di alleanze, l’uomo ha abusato, sin dalle origini, della libertà, ed è andato soggetto alle alienazioni, che inficiano l’esercizio della vera libertà, e sono causa di nuove schiavitù. Cristo è venuto appunto a liberare la nostra libertà dal male più radicale che contrasta questo esercizio della libertà: il peccato.

L’uomo, “con la sua inquietudine e incertezza, ed anche con la sua peccaminosità” avvicinandosi a Cristo, “entrando in Cristo con tutto se stesso”, con la propria vita e la propria morte, non solo riconosce veramente se stesso, ma si trova anche nella condizione di conoscere e, soprattutto, di esperimentare la vera libertà e la vera liberazione. E nella presente vita, svolgendo i compiti terreni assegnatigli da Dio, potrà e dovrà, con il suo impegno individuale, sociale, ecclesiale, associarsi alla liberazione operata da Cristo. Potrà, in una parola, essere persona nella storia.

Riflettendo metodicamente sul mistero mariano, la teologia scorge nella fede e nell’itinerario di fede di Maria in che modo il credente, consapevole della propria condizione umana, esperimenta e vive la libertà dei figli di Dio e, esercitando la missione affidatagli da Dio in questa vita, è associato all’opera di liberazione compiuta da Cristo nella storia. Maria, infatti, come ora vedremo, per mezzo della sua fede e con il suo cammino di fede, esperimenta, nel modo più eminente possibile ad una creatura umana, la vera libertà e liberazione dell’umanità, e compiendo il ruolo unico che Dio le ha affidato, è associata, come nessun’altra creatura umana, alla liberazione dell’umanità. In tal senso, pertanto, Maria, “accanto al Figlio, è l’ icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’umanità e del cosmo”, alla quale la Chiesa guarda “per scoprire il senso della propria missione nella sua pienezza”.

In primo luogo, Maria è icona della vera libertà e liberazione dell’umanità, perché rappresenta eminentemente quei credenti che, nella fede, riconoscono veramente se stessi e conoscono ed esperimentano la vera libertà e liberazione. Maria, infatti, è Colei che, consapevole di essere Madre di Dio, è la figura storica, umana, massimamente rappresentativa di tutti quei credenti, particolarmente i “poveri e i piccoli”, che, mediante la fede e nella fede, sanno di essere oggetto dell’amore infinito di Dio, scoprono la propria dignità inalienabile e insopprimibile, comprendono la verità sull’uomo, esperimentano la profondità di questa libertà e le sue esigenze, e, come Maria, figlia di Sion, nel Magnificat, cantano la lode di Dio liberatore, e la gioia liberatrice di cui è inondato il loro cuore. Questi “piccoli”, mediante Gesù, conoscono Dio come padre amorosissimo, e perciò, dice lo stesso Gesù, non sono più servi, ma amici: e questa conoscenza li libera, li emancipa di fronte alle pretese di dominio dei detentori del sapere e del potere. Sanno di avere la conoscenza più alta a cui è chiamata l’umanità: sanno cioè di essere amati da Dio come e in certo senso più di tutti gli altri uomini. Essi vivono così nella libertà che, come abbiamo detto, scaturisce dalla verità e dall’amore” e sanno che la liberazione più radicale dell’uomo è quella compiuta dalla morte resurrezione di Cristo: liberazione dalla morte e dal peccato.

La fede di Maria, in risposta alla chiamata divina, è atto eminentemente libero, nel quale ella esperimenta inoltre la liberazione da parte di Dio. Agli albori del suo peregrinare nella fede, a Maria era stato detto da Elisabetta: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. Nelle parole dell’angelo aveva compreso che Dio l’aveva eletta e predestinata ad essere Madre verginale del Messia. Ed aveva risposto dichiarandosi serva obbediente e abbandonata alla volontà di Dio. La rivelazione divina esige fede, e Maria la esprime con questo atto personale di obbedienza, un atto di libertà eminente: “avvenga di me quello che hai detto”. Cosciente, infatti, dei suoi limiti, della sua umile condizione, e del pericolo che la concezione verginale potesse procurarle solitudine e incomprensione da parte dell’ambiente, tuttavia non dubita, non è scettica, ma, prima di dare il suo consenso, s’informa previamente sul “come” avverrà ciò. In tal modo, Maria si dimostra sorella esemplare di noi credenti, “che, finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione” e, pur avendo la fede, a volte siamo preda di dubbi, e, con il soccorso divino, dobbiamo impegnare la nostra libertà. Dio ha predestinato Maria alla maternità divina, e, in previsione della redenzione operata da Cristo, l’ha santificata totalmente sin dal primo istante della sua esistenza, donandole la “pienezza” della sua grazia. Tuttavia, Dio non gioca con lei, rispetta la sua libertà umana, creaturale. Maria non è strumento inerte per Dio, bensì interlocutrice, e proprio per questo Ella è, nel senso più elevato, “persona nella storia della salvezza”

Guardando Maria, comprendiamo che, al Dio che si rivela, è dovuta “l’obbedienza della fede” con la quale l’uomo si abbandona a Dio tutt’ intero e liberamente, prestandogli ” il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà”. Senza questo libero abbandono dell’uomo al Dio che misericordiosamente ha deciso di liberarlo e di costituire con lui un’alleanza salvifica, il piano divino non si realizza per lui. E’ in questa obbedienza di fede, che l’uomo esperimenta la libertà e l’azione divina che vuole trarre questa libertà dalle catene in cui si è cacciata. La liberazione divina viene dunque esperimentata soltanto in questa totale dipendenza, disponibilità, abbandono e consacrazione a Dio, di cui Maria, dopo Cristo, “Fattosi obbediente sino alla morte”, è il più eccelso esempio, l’icona. In questi suoi atteggiamenti si attua la realtà della persona umana, come uditrice fedele della parola divina. Ed è chiaro che la vera libertà a cui deve aspirare ogni movimento di liberazione, non è libertà di pensare, volere e fare tutto, ma è libertà di scegliere, nei nostri concreti impegni, il bene, Dio.

Per questa ragione, nel Nuovo Testamento Maria, che è Madre di Gesù, è presentata dai vangeli sinottici anche come sua prima discepola e madre dei discepoli, e quindi archetipo di tutti i discepoli, anzi loro madre. E Maria, svolgendo fedelmente questo compito materno unico, partecipò e partecipa alla liberazione dell’umanità, compiuta dal suo Figlio Gesù.

Ma, prima di approfondire questo suo ruolo, vediamo brevemente in che modo Dio stesso l’ha inserita eminentemente, pienamente in questa storia di liberazione operata dal suo Figlio. Nel disegno divino, Maria è al centro della drammatica, dura lotta, che accompagna tutta la storia biblica dell’umanità, dalle origini all’apocalissi, perché il vincitore è suo figlio. In questa storia, che è storia di liberazione dell’umanità dalla potenza del male accumulato nel mondo in seguito all’originaria ribellione dell’uomo, Maria, Madre “dell’Agnello che toglie il peccato del mondo”, “rimane, per l’umanità in cammino, un segno di sicura speranza” di liberazione, offerto da Dio agli uomini. E’ il grande segno apocalittico della vittoria definitiva sul male, che tiene in catene la libertà umana: infatti, in previsione dei meriti del suo Figlio redentore, Ella, sin dal suo concepimento nel seno materno, è “preservata immune da ogni colpa originale”, libera dai ceppi, che impediscono all’uomo di scegliere liberamente L’unico suo bene, Dio. Colei che fu concepita senza peccato originale è segno di sicura speranza di liberazione per l’umanità, perché in questa sua santificazione totale si svela, in primo luogo, che, sin dall’eternità, Dio ci ha eletti ad essere suoi figli adottivi, ci ha chiamati ad essere partecipi della natura divina” , e ci ha donato la libertà per rispondere a questa profferta amorosa; ci si manifesta, in secondo luogo, che questa elezione divina è più potente di ogni esperienza del peccato, e per questa ragione, Dio “è disposto a ristabilire a caro prezzo il disegno eterno del suo amore mediante l’umanizzazione del Figlio, a Lui consustanziale”. Maria è concepita immacolata, totalmente santa, “piena di grazia”, come le dice l’angelo Gabriele, in vista di questa umanizzazione del Figlio di Dio: ella è totalmente santa, immacolata, perché è in Lei, Madre del Redentore, che avverrà questa umanizzazione del Verbo divino, nella quale si rivela il grande amore di Dio per gli uomini, che “parla agli uomini come ad amici… e si intrattiene con essi per invitarli alla comunione con se ed accoglierli in essa”. In lei, Dio invita l’uomo caduto a risorgere. Lo invita, cioè, a compiere la grande svolta determinata dal mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, la quale accompagna il cammino dell’umanità e dei singoli nella storia iniziata con la ribellione contro Dio. Maria Immacolata, sta all’inizio di questa svolta che corre lungo la storia. E’ l’icona dell’uomo creato libero per rispondere all’amore di Dio. E’ l’icona del frutto della redenzione operata da Cristo. E’ l’icona, che riflette le speranze umane passate, presenti e future, e tutte le aspirazioni umane alla liberazione.

Inserita da Dio in questa storia di liberazione, Maria si associa alla liberazione operata da Cristo, svolgendovi il suo ruolo come Madre di Dio, discepola del proprio figlio, e madre dei suoi discepoli.

Madre di Dio. – Il titolo di Madre di Dio non vuole dire che ella è una dea – madre. Maria è creatura, non è creatrice. Il titolo di Madre di Dio è un asserto primariamente cristologico: il suo figlio è “il Verbo che si è fatto carne e ha abitato tra noi”. Per renderci tutti “figli” di Dio, liberati e destinati alla risurrezione. Il titolo di madre di Dio, tuttavia, indica anche il ruolo di Maria: ella è scelta da Dio, come libero strumento, per farla cooperare alla liberazione dell’umanità come donna, che solo riceve da Lui, e, con la sua fede, è totalmente disponibile alla sua iniziativa. Non diventa una dea. Resta un vergine, umile e povera, come dice ella stessa, perché ha concepito il Figlio soltanto per opera dello Spirito Santo. E, tuttavia, agli occhi della fede, è “benedetta fra tutte le donne”. Dio ha liberamente scelto la vergine Maria ad essere Madre di Dio. Maria non ha meritato le grazie eccellentissime, di cui è “piena”. Dio le ha accordato una santità unica: solo lei, tra i figli di Eva, “nel primo istante della sua concezione, in vista dei meriti di Cristo¼ , è stata preservata immune da ogni colpa originale”. Dio Le ha donato un’ integrità di vita incomparabile. Maria ha risposto i suoi “SI”, ha risposto con due fondamentali virtù, l’umiltà e l’obbedienza: proclamandosi umile Serva del Signore, proclama la sua nullità, e confessa che solo l’Onnipotente “ha fatto cose grandi” in lei. Quali sono queste grandi opere? Sono le opere liberatrici, elencate da Maria stessa nel Magnificat, che Dio vuole realizzare servendosi del ruolo, che ella deve svolgere nei confronti del Figlio di Dio, incarnato e redentore: ruolo di Madre e di discepola di Cristo, e di Madre dei discepoli di Cristo. Svolgendo questo ruolo, Maria è icona, nella quale si manifesta che la vera associazione di ogni uomo, della comunità umana, della Chiesa alla liberazione operata da Cristo, consiste nell’assolvimento della missione terrena a cui Dio ci chiama.

Scegliendola come Madre, Dio ha destinato Maria a farsi, con il suo impegno materno, un modello per il suo Figlio. Il titolo “Madre di Dio”, infatti, rinvia esplicitamente alla relazione materna, che lascia il segno nel Figlio. Maria trasmette la vita al Figlio Gesù, gli dona la vita e lo educa. Accanto a Maria, Gesù riceve calore umano, tenerezza, e così sviluppa sentimenti, e capacità di amore. Nel seno materno della famiglia, ogni bimbo scopre l’altro, e così matura la sua personalità; impara a sorridere e parlare; è esortato a sopportare ingiustizie, a condividere, a scegliere. Come ogni Madre, Maria educa alla virtù il figlio Gesù, che doveva essere il “santo”, il santo di Dio per eccellenza, e quindi non doveva ricevere dalla propria madre il minimo esempio difforme dalla santità. Dio, per così dire, doveva adornare questa Madre con tutte quelle virtù che si troveranno in massimo grado nel Cristo: bontà e misericordia, saggezza e generosità, apertura e accoglienza, dolcezza e sopportazione, pazienza intrepida e fortezza dinanzi al male, lucidità, determinazione, adattabilità…. Grazie a queste attenzioni materne di Maria, il Figlio di Dio incarnato per noi, può davvero “compatire le nostre debolezze”: è il figlio di una Madre compassionevole, che soffre per e con il suo Figlio.

Con Giuseppe, Maria è attiva nell’infanzia di Gesù. I genitori, in particolare, gli trasmettono il meglio del popolo d’Israele: la fede e la preghiera di un “popolo umile e povero”, personificato da Maria, nel quale Gesù poté riconoscere, “come in uno specchio, enigmaticamente abbozzata, la sua missione del Servo di Dio che espia per noi.

Discepola di Cristo. – Maria, tuttavia, rispetta la libertà di Gesù. Egli non restò soggiogato a un vincolo materno dominante. La missione di una madre, infatti, non è solo donare la vita, educare alla virtù e portare alla maturità, ma anche restare presente quando il figlio diventa indipendente.

Il momento della maturità del figlio è l’inizio di un’esperienza traumatica per i genitori. Con la maturità del figlio, un secondo periodo si apre nella vita della madre: è il periodo in cui il dono di se della madre prende la forma di interrogazione e ascolto, caratteristica dei discepoli. Maria pure conobbe questo periodo. A Giuseppe e Maria, che lo avevano cercato affannosi e finalmente lo trovarono nel tempio, il dodicenne Gesù rispose: “Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio”. I genitori non compresero. Ma “sua Madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza età e grazia davanti a Dio e agli uomini”. La madre di Gesù s’interroga sul contributo, sul messaggio, sull’apporto che darà al mondo suo figlio. Nell’ascoltare il figlio Gesù, come una discepola, la Madre gli dà coraggio e fiducia. Ella, con questo ruolo di discepola, s’inserisce attivamente nella missione liberatrice del Figlio. E in ciò è icona dei discepoli di Cristo.

Come ogni madre, e più di ogni madre, Maria non solo si dona al Figlio procreandolo, educandolo; non solo lo aiuta, quando è maturo, a prendere fiducia in se, ascoltandolo e apprezzandone il messaggio. La vera maternità accompagna i figli nei conflitti e nelle prove. A volte le madri sono risparmiate dall’assistere alla morte dei figli, e dall’aiutarli a morire. Il più delle volte, sarà un’altra donna ad assistere maternamente il loro figli a superare quei momenti. Questa missione materna richiede sempre una forza ammirevole, l’oblio di se, per far sentire la propria presenza al morente: richiede a volte l’eroismo, quando la morte del figlio è atroce, nel disprezzo e nell’odio, subita per essere fedele alla missione, all’ideale non compreso, non condiviso. In tal caso il morente ha un intenso bisogno di non sentirsi totalmente rigettato, abbandonato, isolato; ha bisogno di sentire che c’è qualcuno, che non solo lo ama, ma ha compreso il mistero della sua morte, e si associa alla sua agonia.. Per questo Maria, la Madre dolorosa, stava ai piedi della croce di Gesù.

Gesù beve il calice, esperimenta come l’abbandono, affida la propria madre al discepolo

Diletto si congeda da Lei, per così dire, l’abbandona, e la rende partecipe dell’abbandono da parte degli uomini e dall’apparente abbandono da parte del Padre. In quest’ “ora” di Gesù, in cui, portando a termine la sua opera di riscatto, “rimette” lo spirito, Maria è sotto la croce, non solo come madre umana, bensì come donna credente, come discepola trascinata dal maestro sin sotto la croce, come personificazione di Israele, dei discepoli di Cristo, della Chiesa, dell’umanità. In quest’ “ora” di Gesù, si realizza la vittoria della potenza del male, che s’intreccia, come in un nodo, con la storia umana. Maria ha realmente partecipato a questa vittoria liberatrice, svolgendo sino in fondo il suo ruolo di madre. Condividendo l’obbedienza di fede di Gesù, Maria è la madre di colui che calpesta il serpente, è colei che scioglie quel nodo che legava l’uomo e la sua libertà, e intercede per noi. Maestra di fede e di preghiera, materna maestra di compassione per Gesù, e, nello stesso tempo, discepola di un Maestro severo e rigoroso, che vuole introdurla nell’obbedienza richiesta dal Padre, Maria, ai piedi della croce, “soffrì profondamente con il suo unigenito e sì associò con animo materno al sacrificio di Lui”.

Concludo. – Divenire Madre di Gesù avrebbe dovuto generare solo giubilo e gloria, il canto del Magnificat… E invece fu una croce per Gesù e per Maria. La causa di ciò va ricercata non nella maternità di Maria, ma altrove. Gesù, infatti, veniva tra noi non da trionfatore, ma per salvarci dal peccato, per liberarci, per aprirci all’amicizia del Padre suo. Il disegno di Gesù era di associare Maria alla sua opera, facendo di Lei la Madre dei riscattati, dei liberati: sulla croce si rivolge a Maria: “Donna, ecco il tuo figlio”, e a Giovanni: “Ecco tua Madre”. Così voleva il disegno divino.

Maria ci riceve ufficialmente come figli nel corso della passione del figlio, quando l’opera di liberazione, la salvezza, non era ancora compiuta, non eravamo ancora stati liberati. Ciò, affinché conoscessimo chiaramente che Maria partecipa all’opera della nostra liberazione, stando all’ombra di Gesù, ai piedi della croce. Vera Madre, accoglie i discepoli passati, presenti e futuri di Cristo, così come essi sono, con le loro miserie, deformità tradimenti, crimini. E’ une torre in cui si rifugiano i peccatori, che ella scuote, attira e libera. E tutto ciò Ella compie additando Cristo redentore universale. In questa sua opera, infatti, Maria non è mai sola, anzi non prende l’iniziativa. E’ Gesù che la conduce e la trascina nel dramma del Golgotha, in cui è in gioco la vita eterna dell’umanità. E Maria lo segue. La missione di Maria verso l’umanità soggetta a tante alienazioni e vittima di tante cause alienanti, non è nell’agire, ma nello spingerci a lasciarci trascinare da Gesù. E’ Gesù che vuole donare la vita, e che la dona; e, nella vita, Egli restituisce l’uomo alla sua libertà. Tuttavia, quando Gesù ce l’addita come Madre, intende donarci la vita e liberarci dal male, in lei, nella sua Madre. E Maria diventa il luogo della grazia procurataci da Cristo, il luogo del conferimento dello Spirito, e, accanto a suo Figlio, resta, per tutte le generazioni umane, l’Icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’uomo. E’ a Lei che la Chiesa, di cui Ella è Madre e modello, deve guardare per comprendere il senso della propria missione nella sua pienezza”.

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