Relazione di Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Angelo Comastri

Maria, maestra di libertà vera in un’epoca di libertà ingannevole

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Relazione di Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Angelo COMASTRI, (Prelato di Loreto
Vicepresidente della Pontificia Accademia dell’Immacolata) in occasione della SETTIMA SEDUTA PUBBLICA DELLE PONTIFICIE ACCADEMIE (Contributo delle Pontificie Accademie all’umanesimo cristiano) dal tema “Maria, «aurora luminosa e guida sicura»
della nuova evangelizzazione”, 29 novembre 2002


1. Lo smarrimento della libertà

Così un giorno si espresse Martino Heidegger (1889‑1976): “Nessuna epoca ha saputo meno della nostra, che cosa sia l’uomo!”.

Questa è la più insidiosa povertà del nostro tempo: viviamo in una società che ha smarrito il senso della vita al punto tale che neppure lo cerca più. E la libertà, di conseguenza, oggi si muove come una forza cieca che non vede un orizzonte e non ha una meta alta da raggiungere. È il dramma dell’attuale momento! Desidero offrirvi una veloce carrellata di significative testimonianze, che fotografano efficacemente il clima culturale, nel quale siamo chiamati a dare la testimonianza della nostra fede.

Già nel 1845 Sören Kierkegaard (1813‑1855), come un’antenna straordinariamente sensibile, colse un diffuso atteggiamento di banalizzazione della vita con tutte le conseguenze che ciò comporta per l’orientamento della libertà umana. Scrisse il filosofo danese: “La nave (che è un’immagine della società) ormai è in mano al cuoco di bordo; e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta (che non interessa più a nessuno), ma quel che si mangerà domani”. Kierkegaard percepì che si stava diffondendo l’idolatria del banale.

Passarono pochi decenni e Federico Nietzsche (1844‑1900), nella “Gaia scienza”, scrisse testualmente: “Dio è morto: ma stando alla natura degli uomini, ci saranno, ancora per millenni, caverne nelle quali si additerà l’ombra di Dio. E noi dobbiamo vincere anche la sua ombra”. Sono parole tristemente lucide, che testimoniano un orientamento presente nel moderno pensiero occidentale. A onor del vero, tuttavia, dobbiamo riconoscere che, nella stessa opera, Nietzsche al frammento 125 scrisse: “Avete sentito di quell’uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: ‘Cerco Dio! Cerco Dio!’. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. ‘Si è forse perduto?’ disse uno. ‘Si è perduto come un bambino?, fece un altro. ‘Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E’ emigrato?’, gridavano e ridevano in una grande confusione. L’uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: ‘Dove se n’è andato Dio? ‑ gridò ‑ Ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi ed io! Siamo noi tutti i suoi assassini. Ma come abbiamo potuto fare questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci diede la spugna per strusciare via l’intero orizzonte? Che cosa mai abbiamo fatto sciogliendo questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Lontano da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, a tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venir notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini. Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli! Chi detergerà per noi questo sangue? Con quale acqua potremo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi questa azione?'”. In questi interrogativi trasuda la nostalgia di Dio nel momento stesso in cui viene celebrata la Sua presunta eclissi definitiva.

Franz Kafka (1883‑1924), all’inizio del ‘900, dà voce alla stessa dolorosa percezione che il tempo sta diventando vuoto. Egli dichiara con impressionante lucidità: “Anch’io, come chiunque altro, ho in me, fin dalla nascita, un centro di gravità, che neanche la più pazza educazione è riuscita a spostare. Ce l’ho ancora questo centro di gravità, ma, in un certo qual modo, non c’è più il corpo relativo”. Cioè: sono condannato a cercare ciò che non c’è, perché il tempo è vuoto! Situazione tragica dell’uomo contemporaneo!

E Thomas Eliot (1888‑1965) nel settimo dei Cori de “La Rocca” (opera scritta nel 1934) dà questa fotografia del nostro tempo: “Gli uomini hanno dimenticato tutti gli dèi, salvo l’usura, la lussuria e il potere”. Il tempo, cioè, è diventato corrotto e pieno di idoli! A questo punto appare più che comprensibile l’amara conclusione di J. P. Sartre (1905‑1980): “L’uomo è una passione inutile”, alla quale fanno eco le parole di Jean Rostand, che, nel 1962, nella sua opera “L’homme”, dichiara: “L’uomo è un atomo ridicolo, sperduto nel cosmo inerte e smisurato; e la sua febbrile attività è soltanto un piccolo fenomeno locale, effimero, senza significato e senza scopo”.

Ma ‑ fatto paradossale ed inquietante ‑ mentre l’uomo teorizza sull’inutilità della sua vita e del suo tempo, cresce il bagaglio del suo potere a motivo del veloce progresso scientifico e tecnico. Riflettendo su questa pericolosa situazione, nel 1952, alla consegna del Premio Nobel per la Pace, Albert Schweitzer coraggiosamente dichiarò: “Esorto il mondo ad osare di guardare in faccia la realtà. L’uomo è divenuto un superuomo riguardo al potere. Ma ‑ ecco il fatto incredibile! ‑ più cresce il potere dell’uomo e più l’uomo diventa un pover’uomo. Le nostre coscienze non possono non essere scosse da questa considerazione: più cresciamo e diventiamo superuomini, più siamo disumani”.

In epoca ancora più vicina a noi Pier Paolo Pasolini, intervistato da Furio Colombo poco tempo prima della sua tragica morte nel 1975, diede questa fotografia dell’attuale società: “Oggi si riceve una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno le spranghe… Tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione avuta è stata: avere, possedere, distruggere” (Tuttolibri, 1975). E, con lucidità sanguinante, arrivò a dichiarare “Io scendo nell’inferno. Ma state attenti: l’inferno sta salendo da voi. Il bisogno di dare la stangata, di aggredire, di uccidere, è forte e generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha (come dire?) toccato la ‘vita violenta’ ” (Tuttolibri, 1975).

Hans Jonas (1903‑1993), profondamente turbato dal vuoto spirituale dell’uomo contemporaneo, giustamente ammoniva: “Io tremo davanti a questa situazione: oggi il massimo potere si unisce al massimo vuoto; e il massimo di capacità va insieme al minino sapere intorno agli scopi ultimi della vita”.

Intanto, nei nostri giorni possiamo raccogliere nuove affermazioni, che ritornano a teorizzare sul tempo vuoto.

Su “Repubblica” del 24 gennaio 1996, Eugenio Scalfari confida: “Personalmente non credo che il ruolo della specie alla quale io appartengo sia superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri”. Ci pensate!?

Ma Indro Montanelli, nel “Corriere della Sera” del 23 gennaio, aveva candidamente confessato: “A me la mancanza di fede dà una profonda malinconia. Sento che mi manca la cosa più importante, quella che renderebbe secondarie tutte le altre, compresa la stessa vita”.

E, sempre sul “Corriere della Sera”, il 28 febbraio 1996 Montanelli onestamente dichiarava: “Se devo chiudere gli occhi senza aver saputo da dove vengo, dove vado e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli”.

Possiamo concludere questa rassegna di voci con alcune recentissime riflessioni di Marcello Veneziani (dal libro: L’Antinovecento):

“Il secolo XX può essere indicato come il secolo in cui crebbe e tramontò il mito dell’uomo nuovo. […] Il pensiero di Nietzsche, di Marx e di Comte, ovvero il mito del Superuomo, della nuova umanità rigenerata dalla rivoluzione o dalla scienza attraverso la tecnica, sono come bombe a orologeria seminate nell’800 ed esplose poi nel nostro secolo. […] Il Novecento ha prodotto e consumato storia e ideologie più di ogni altro secolo. Anzi, per dir meglio, il XX secolo ha consumato, demolito e perfino demonizzato, nella sua seconda metà, quel che ha prodotto, creduto e adorato nella sua prima metà. [ … ] L’uomo nuovo uccise dunque l’uomo tradizionale, per dissolversi a sua volta nel disincanto nichilista di fine millennio [ … I. A fine secolo sì può quindi osservare questo fenomeno: l’uomo del XX secolo si va definendo non per quel che è, ma per quel che è stato. Non è un caso che oggi trionfi il prefisso “post “: l’uomo di fine millennio si definisce infatti postmoderno e postcristiano. [ … ] Quella promessa dell’uomo nuovo non è stata mantenuta, e adesso, alla fine del Ventesimo secolo, non viviamo nella città nuova sognata nella prima metà del secolo, ma nel repertorio dei suoi detriti, tra le rovine di una città che non fu mai fondata”. Noi siamo chiamati a raccontare il Vangelo, cioè Gesù, a questa società.


2. La radice dello smarrimento

In questo scenario letteralmente occidentale (cioè da “tramonto”, perché “occidente” vuole dire terra del tramonto del sole) brilla ancora più forte e affascinante la luce della fede: essa ci svela il senso della vita e, conseguentemente, accende una lampada davanti alla nostra libertà.

La fede, innanzi tutto, dando forza all’evidenza, dice che Dio ha creato l’uomo e la donna per puro amore (quale altro scopo poteva avere Dio?) e li ha collocati nella festa della creazione, la quale oggi, a motivo delle straordinarie scoperte scientifiche, ci appare sempre di più come uno scenario di divina sproporzione e di divina fantasia: la galassia ‑ soltanto per fare un esempio ‑ nella quale si trova il sistema solare con il nostro piccolo pianeta ha un diametro di 100.000 anni luce, pari a un miliardo di miliardi di miliardi di chilometri! E la nostra galassia è un angolo dell’universo!

Viene subito la domanda: perché Dio ha creato l’uomo? La risposta della fede è stupendamente semplice, ma anche meravigliosamente rispondente a ciò che la ragione umana cerca e intuisce: Dio ha creato l’uomo, affinché possa, con la sua libertà, firmare l’innata relazione con Dio e così possa aprirsi ad un abbraccio di amore con Lui, che è la sorgente della festa e di ogni festa. Un carcerato romano nel 1970 mi consegnò uno scritto, nel quale mi sembra che sia espresso in modo luminoso questo primo gradino di lettura della vita umana. Egli si esprime così:

“In un momento di verità,
in un coraggio di verità,
ho capito chi sono:
io sono il vuoto!

La mia vita è desiderio,
è ricerca,
è attesa,
è vuoto:
vuoto di felicità.
Ma quale felicità?

Il mosaico dei pezzetti di gioia
che la vita mi regala
è sempre incompleto:
manca sempre una tessera
al volto della felicità!

Intanto affannosamente io cerco,
aspetto ……,
mentre tutto il mio corpo ha i brividi
per la febbre di un amore eterno.

Io voglio una felicità
ma eterna,
senza fine,
senza noia:
il tutto io cerco.

I profeti della terra,
dell’uomo pornografico
mi insultano e mi deridono
in questa sete di verità.

Mi rispondono: ‘Sciocco!
Godi il momento. Esiste Dio, ne sei sicuro?
In fin dei conti, può esistere Dio?
E’ una sfida. Lo so.
L’accetto!

E rispondo:
Amico, scendi; scendi dal carrozzone dei rifiuti
e della cenere.
Guarda per un momento il mondo
con me:
il mondo in cui unicamente tu credi.
Guarda!

Se l’uccello ha le ali…,
deve esistere un cielo per lui.
Se l’anatra ha l’istinto di nuotare…,
come potrebbe avere questa scienza infusa del nuoto
se non ci fosse l’acqua per lei?
Se l’ape è meravigliosamente attrezzata
per produrre il miele,
debbono esistere i fiori
e deve esistere il polline nei fiori:
altrimenti tutto sarebbe una beffa!

Guarda!

Tu hai un occhio impressionabile alla luce…
come può non esistere la luce?
Deve esistere.
Deve.

Se non esistesse, tutto sarebbe assurdo.
Ma se esiste….,
allora, amico, accetta tutte le conseguenze.

Ebbene:
il cielo,
l’acqua,
i fiori,
la luce…
esistono! Esistono!

Possibile, amico mio, che solo a te e a me
mancherà ciò per cui sentiamo di esistere?
Possibile che solo a noi
mancherà la luce
per la caverna insaziabile
della nostra anima?

Solo per noi la
legge della vita si dovrebbe infrangere
in una delusione
tragica,
peccaminosa?

Sì, peccaminosa!
Perché sarebbe il più grande peccato
il peccato dell’assurdo –
l’esistenza di un uomo
fatto per l’infinito
se l’infinito non esistesse!

Amico ‑ ascoltami! – e il mio cuore
che mi parla di Dio!
E dal di dentro
che sento la voce potente:
Dio c’è!

Dio esiste, perché esisto io
che di Dio ho bisogno!
Sono io,
pozzo arido e
screpolato dalla delusione
delle acque vaporose della vita
che provo l’esistenza di Dio.
Il mio cuore Lo aspetta…,
dunque Dio esiste!
Esiste!

Non posso ora fratello mio,
fratello di ansia e di ricerca,
non posso tacere!

Permettimi che inondato
dall’ebbrezza di questa scoperta
io canti pazzo di gioia!
Canto e cammino.

Non riesco più a fermarmi
per le strade del mondo.
Non posso più fermarmi
tra queste cose pallide di gioia.

È il tramonto del mondo, lo capisco.
Ma io ringrazio il mondo perché mi delude.
Perché solo così io comprendo la verità
che mi libera il cuore:
terra tu non sei Dio!

Grazie! Cerco altrove!”.


La Bibbia, però, ci riferisce che la libertà dell’uomo ha clamorosamente rinnegato la gravitazione verso Dio, introducendo nel mondo la novità deleteria del peccato, che ha scoperto l’uomo nella sua “nudità”: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi” (Gen 3,7); e, da allora, l’uomo è continuamente costretto a riconoscere:

“Siamo diventati tutti come cosa impura
e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia:
tutti siamo avvizziti come foglie,
le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”
(Is 64,5).

Inesorabilmente il peccato dell’uomo si è ripercosso su tutto il creato. Infatti, il peccato, facendo saltare la relazione fondamentale con Dio, fa saltare l’armonia  di ogni altro rapporto: dell’uomo con se stesso, dell’uomo con i suoi fratelli, dell’uomo con il cosmo. Il mondo e la storia, ormai, portano non solo il segno luminoso del Creatore, ma anche il segno tenebroso della libertà umana diventata peccato: mondo e storia, dopo il peccato dell’uomo, non sono più come Dio li aveva pensati e creati.

Ma, allora, non c’è più speranza? Dobbiamo rassegnarci inermi al dilagare del peccato? No, la Bibbia ci dice che, se il peccato allontana l’uomo da Dio, non allontana Dio dall’uomo: dopo il peccato Dio continua ad amare l’uomo e Dio‑creatore diventa Dio‑redentore.

Poche ma sublimi parole fanno subito spuntare un inatteso raggio di luce, che illumina il mistero di Dio:

“Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua discendenza
e la sua discendenza:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno”
(Gen 3,15).

Siamo tutti desiderosi di sapere quale sarà il meriggio di questa timida aurora di speranza: Chi è la donna? Chi è la discendenza della donna?


3. Dio va alla ricerca dell’uomo

Intanto la Bibbia, dopo aver raccontato che il peccato, partendo dal cuore dell’uomo, ha invaso e devastato la storia e il cosmo (Gen 1 ‑ 11),  racconta che Dio va a bussare alla porta del cuore di un uomo: Abramo. E’ sorprendente questo Dio. Avrebbe tutto il diritto di sentirsi amaramente e irreversibilmente deluso dall’uomo e, invece, va ancora a cercare l’uomo rinnovandogli affetto e fiducia. Dio è così. Ed è importantissimo sottolineare questo aspetto del comportamento di Dio nella storia, perché esso è rivelazione di Dio.

Anche nella chiamata di Mosè (Es 3,1‑12) riaffiora lo stesso inconfondibile stile di Dio. Egli dice a Mosè: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto, ho udito il suo grido…., conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo” (Es 3,7‑8). A queste impegnative parole, Mosè avrebbe potuto rispondere: “Finalmente, Signore! È questo ciò che io aspettavo e desideravo fin dagli anni della mia giovinezza. Quanto sono felice, che tu, finalmente, scenda a liberare il mio popolo”. Ma il Signore spiazza completamente il povero Mosè e dice: “Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!” (Es 3, 10). Mosè, come avrebbe fatto ogni altra persona al suo posto, sussume e ragionevolmente osserva: “Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?” (Es 3,11). Ma la risposta di Dio è categorica: Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 31,12).

Perché Dio si comporta così? C’è una sola risposta: Dio si comporta così, perché Dio cerca la collaborazione dell’uomo per arrivare a far sbocciare, dentro la storia umana, la Donna dalla quale nascerà la Discendenza capace di schiacciare la testa del serpente.

Intanto, mentre Dio chiama l’uomo alla collaborazione, viene fuori un altro sorprendente aspetto del suo mistero: Dio può coinvolgere l’uomo nella misura in cui l’uomo si presenta nella verità della sua povertà, della sua piccolezza, della sua umiltà.

Infatti ‑ e questo appare chiaramente nella Bibbia ‑ solo gli umili sono capaci di aprirsi a Dio e di farsi condurre da Lui che, nel Salmo 68, significativamente arriva a definirsi: “padre degli orfani e difensore delle vedove”.

Quando Dio chiama Abramo, promettendogli di far nascere da lui un grande popolo (Gen 12,2), egli è un “vecchio” e sua moglie Sara è “anziana e sterile”. La situazione è paradossale. Ma Dio sceglie proprio questa situazione. Racconta la Bibbia, con un candore misto di semplicità e di ilarità: “Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abramo in visione: ‘Non temere, Abram. Io sono il tuo Scudo; la tua ricompensa sarà molto grande’. Rispose Abram: ‘Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco’. Soggiunse Abram: ‘Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede’. Ed ecco gli fu rivolta questa parola del Signore: ‘Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede’. Poi lo condusse fuori e gli disse: ‘Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle’ e soggiunse: ‘Tale sarà la tua discendenza’. Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia ” (Gen 15,1‑6).

Abramo è davanti al cielo pieno di stelle, con una promessa più grande delle stelle. È questo il paradosso della fede, è questa la sfida del povero che si appoggia totalmente a Dio, è questa la via vincente di Dio in mezzo al fatiscente orgoglio degli uomini.

In Giacobbe si ripropone lo stesso stile di Dio: Giacobbe, infatti, incontra Dio proprio quando si trova solo, fuggiasco, senza difese e sicurezze, fuori della cerchia protettiva del clan, nel buio pericoloso della notte. La Bibbia puntualmente registra questo momento per consolare i poveri di tutti i momenti:

“Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: ‘Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra. Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t’ho detto’. Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: ‘Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo’. Ebbe timore e disse: ‘Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo!’. Alla mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità” (Gen 28, 10‑18).

E una pagina sublime! Giacobbe è un povero e la sua povertà fiorisce in esperienza di Dio: così è stato e così sarà sempre.

Giacobbe ha sperimentato la “palude” della paura, ha sentito la desolazione dello sfinimento, ha provato l’amarezza della solitudine. Ma in questa situazione di “limite”, il cuore di Giacobbe ha gioito davanti ad una impensabile sorpresa: la sorpresa di trovarsi Dio “accanto”!

E Giacobbe, giunto, al termine della sua lunga vita, mentre si trova in Egitto insieme ai suoi figli compie un gesto che profuma di Vangelo. Egli ormai ha capito lo stile di Dio, ha capito la preferenza di Dio e vuole farla diventare norma della sua vita. Racconta il libro della Genesi: “Poi Israele vide i figli di Giuseppe e disse: ‘Chi sono questi?’. Giuseppe disse al padre: ‘Sono i figli che Dio mi ha dati qui’. Riprese: ‘Portameli perché io li benedica!’. Ora gli occhi di Israele erano offuscati dalla vecchiaia: non poteva più distinguere. Giuseppe li avvicinò a lui, che li baciò e li abbracciò. Israele disse a Giuseppe: ‘Io non pensavo più di vedere la tua faccia ed ecco, Dio mi ha concesso di vedere anche la tua prole!’. Allora Giuseppe li ritirò dalle sue ginocchia e si prostrò con la faccia a terra. Poi li prese tutti e due, Efraim con la sua destra, alla sinistra di Israele, e Manasse con la sua sinistra, alla destra di Israele, e li avvicinò a lui. Ma Israele stese la mano destra e la pose sul capo di Efraim, che pure era il più giovane, e la sua sinistra sul capo di Manasse, incrociando le braccia, benché Manasse fosse il primogenito” (Gen 48, 8‑14). Giuseppe si meraviglia per il gesto imprevisto dell’anziano padre e gli fa notare che ha sbagliato la posizione delle mani e, con l’intenzione di aiutarlo, “prese la mano del padre per toglierla dal capo di Efraim e porla sul capo di Manasse” (Gen 48, 17). Ma Giacobbe rifiuta l’intervento di Giuseppe, perché egli ormai ha imparato la lezione: Giacobbe sa che Dio preferisce i piccoli, i secondi, coloro che non peccano d’orgoglio.

E così sarà sempre. In Isaia troviamo questa domanda di Dio: “Su chi volgerò lo sguardo?”; e questa nitida risposta di Dio: “Sull’umile!” (Is 66, 2). A questo punto possiamo leggere la pagina dell’Annunciazione e capire il criterio della scelta di Dio e l’humus nel quale è sbocciata la libera risposta di Maria.


4. Maria: la libertà che dice “sì!”

“Quando venne la pienezza del tempo (oτε δε ηλθεv τo πληρωμα τoυ χρovoυ) (ote de èlthen to pléroma tu kronu) scrive l’apostolo Paolo ai Galati — Dio mandò il Suo Figlio (εξαπεστειλαμεv o θεoσ τov υιov αυτoυ) (Gal 4,4).

È legittimo chiedersi: che cos’è la pienezza del tempo? Alcuni pensano che la pienezza del tempo sia il momento giusto, l’epoca più opportuna, il tempo più favorevole per la venuta del Figlio di Dio in mezzo a noi. Però, se andiamo a scrutare i tempi di Gesù, noi restiamo sconcertati: a Roma comandava Ottaviano Augusto, che aveva conquistato il potere attraverso una guerra civile crudelissima e attraverso l’eliminazione di tutti i suoi avversari; a Gerusalemme regnava Erode, che era un tiranno infame con le mani macchiate di sangue (anche del sangue di suo figlio!) e con la vita affogata in una stomachevole lussuria. Altro che pienezza del tempo!

Eppure la Scrittura afferma categoricamente: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il Suo Figlio” (Gal 4, 4). Cos’è, allora, la pienezza del tempo? Non è il tempo favorevole dalla parte degli uomini, ma è il tempo favorevole dalla parte di Dio: cioè è il momento nel quale Dio non ha potuto più resistere ed è esploso in un gesto d’amore che, ancora oggi, ci fa piangere di commozione.

Sì ‑ dichiara l’evangelista Giovanni “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio”(Ουτoσ γαρ ηγαπησεv o θεoσ τov κoσμov, ωστε τov υιov αυτoυ τov μovoγεvη εδωκεv) (Utos gar egàpesen o theos ton kosmon, oste ton uion ton monoghenè èdoken), così Dio ha amato il mondo che ha dato il Suo Figlio unigenito)” (Gv 3, 16).

E nel momento in cui Dio matura la Sua paradossale decisione, Egli si incontra con la libertà di una donna: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il Suo Figlio, nato da donna” (Gal 4, 4).

Fermiamo il nostro sguardo su questa donna, già annunciata agli albori della storia della salvezza (Gen 3, 15), e impariamo da lei la vera libertà e la sapienza del cuore.

L’evangelista Luca, introducendo il racconto dell’Annunciazione, ci dà alcune coordinate che ci fanno capire il senso dell’evento e ci fanno cogliere lo stile dell’azione di Dio nella storia umana: stile di collaborazione, che abbiamo già fatto emergere attraverso la breve escursione nell’Antico Testamento.

Dice l’evangelista: “nel sesto mese”. Perché Dio sceglie il “sesto” mese e non il “quinto” o il “settimo”? E se il fatto non ha alcuna rilevanza, perché l’evangelista l’ha ricordato proprio nell’ouverture dell’evento?

A me sembra che il “sesto” mese rimandi al “sesto” giorno, giorno della creazione dell’umanità: l’evangelista delicatamente ci dice che sta avvenendo una nuova creazione, cioè sta iniziando la salvezza; e ci invita ad aprire gli occhi e il cuore per non perdere nessuno dei segnali, che Dio ci offre.

Cosa accade nel “sesto” mese? L’angelo Gabriele fu mandato da Dio: απεσταλη o αγγελoς Γαβριηλ απo τoυ θεoυ. (apestàle o ànghelos gabriel apò tu theu) Da Dio: questo complemento d’agente è un macigno! È Dio che prende l’iniziativa (è fondamentale sottolinearlo e memorizzarlo!), è Dio che bussa alla porta della libertà di Maria, è Dio che cerca la collaborazione di Maria secondo lo stile divino ben rimarcato in tutte le chiamate dell’Antico Testamento.

Ma ora siamo giunti al momento decisivo e decisiva sarà anche la risposta di Maria.

Il Papa, nella “Tertio Millennio Adveniente”, opportunamente sottolineava: “Mai nella storia dell’uomo, tanto dipese, come allora, dal consenso dell’umana creatura” (TMA, 2).

Anche la tradizione protestante resta pensosa davanti a questo dato biblico e Zwingli, il riformatore di Zurigo, non esita ad affermare che: “quanto più cresce la gloria e l’amore di Cristo Gesù fra gli uomini, tanto più cresce la valorizzazione e la gloria di Maria, perché Maria ci ha generato un Signore e Redentore così grande e ricco di grazia”. E Karl Barth, che nella Kirchliche Dogmatik strenuamente difende il dogma della verginità di Maria, afferma: “Maria è semplicemente l’essere umano a cui accade il miracolo della rivelazione”.

È vero! Ma come accade questo “miracolo” (per usare la parola di Barth), che fa di Maria un anello ineludibile e ineliminabile della storia della salvezza? L’evangelista Luca, che ha fatto “ricerche accurate su ogni  circostanza fin dagli inizi” (Lc 1, 3) e ha attinto al “racconto degli avvenimenti successi tra di noi così come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni” (Lc 1, 1‑2), riferisce con precisione: ”L’angelo fu inviato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria” (Lc 1, 26‑27).È importante notare subito che la Galilea era una regione talmente disprezzata da essere chiamata “Galilea delle genti”, cioè una regione senza identità e, pertanto, senza titoli di primato o di privilegio. Del resto, Nicodemo, che tentava di difendere l’opera di Gesù agli occhi dei farisei, si sentì rispondere seccamente: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea” (Gv 7, 5 2).

Questa era la reputazione della Galilea agli occhi degli uomini, dimentichi dei criteri di preferenza di Dio. Il popolo d’Israele, infatti, avrebbe dovuto ricordare le parole del Deuteronomio “Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli: siete infatti il più piccolo di tutti i popoli” (Dt 7, 7); e avrebbe dovuto ricordare anche le ripetute esclamazioni dei Salmi, che registrano così lo stile di Dio: “Il Signore sostiene gli umili, ma abbassa a terra gli empi” (Sal 147, 6); e Israele avrebbe dovuto riflettere sulle parole esplicite di Isaia:

“Io, il Signore, sono il primo
e io stesso sono con gli ultimi”
(Is 41, 4).

Maria, memoria e coscienza di tutto il popolo d’Israele, sapeva tutto questo e lo viveva nella semplicità, e nel nascondimento della casa di Nazareth. E l’angelo va a Nazareth, che era un villaggio così insignificante da strappare a Natanaele questa colorita esclamazione: “Che cosa mai può venire di buono da Nazareth?” (Gv 1, 46).

Natanaele dovette subito ricredersi e, colto da un improvviso raggio di luce, disse a Gesù: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re di Israele” (Gv 1, 49).


5. La scintilla del sì

Ma al centro dell’evento dell’incarnazione c’è il sì di Maria: nel Suo sì si fondono l’espressione più alta della libertà umana e l’espressione più paradossale della libertà divina.

Seguiamo il racconto del Vangelo di Luca. L’angelo Gabriele consegna a Maria il saluto, che Dio custodisce nel cuore da tutta l’eternità: “Gioisci, Maria, tu sei stata e sei piena della benevolenza di Dio. Il Signore è con te!” (Lc 1, 28).

Mi sembra non irriguardoso tentare di tradurre con linguaggio moderno l’annuncio dell’Angelo. Potremmo renderlo così: “Gioisci, Maria! Dio stravede per te e pensa di affidarti la più grande missione”.

La notizia è gettata nell’anima di Maria come un seme di divina potenza. E le parole dell’Angelo colpiscono profondamente la giovane di Nazareth: ella percepisce chiaramente l’irruzione di Dio nella propria esistenza; avverte la grandezza vertiginosa del momento e si sente investita da una tempesta che la travolge e la fa tremare. L’evangelista puntualmente riferisce: “A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto” (Lc 1, 29).

Perché Maria è turbata? Non ha forse ricevuto una bella notizia, anzi la più bella notizia di tutta la storia umana? Perché, allora, esita a rispondere? San Luca, per descrivere il turbamento interiore di Maria, usa il verbo δια-ταρασσo (dia-tarasso) e dice: “η δε επι τω λoγω διεταραχθη” (e dè epì to logo dietaràcte), essa fu tutta attraversata dal turbamento! Pensate che lo stesso verbo (εταραχθη) (etaracte) viene usato da Matteo per esprimere il grande turbamento di Erode e della città di Gerusalemme all’annuncio dell’arrivo dei Magi, che cercavano il neonato Re dei Giudei dopo che avevano visto sorgere la sua stella (Mt 2, 1‑3).

Il verbo ταρασσω denota un autentico terremoto interiore. Perché?

Certamente non è il turbamento della paura: mai Maria appare una donna paurosa. Tutt’altro!

Perché, allora, reagisce così all’annuncio dell’Angelo? La risposta possibile è una soltanto. Maria prova il turbamento dello stupore, che nasce da una profonda umiltà. Maria interiormente si chiede: “Perché Dio ha scelto me? lo sono l’ultima, io sono piccola, io non sono degna!”.

E l’Angelo va incontro al turbamento di Maria e la soccorre con un esile raggio di luce: questo raggio di luce è sufficiente affinché Maria possa pronunciare un sì responsabile e libero, però è così esile da lasciare intatto tutto lo spazio della fede.

Seguiamo attentamente il racconto:

“L’angelo le disse: ‘Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre nella casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine'” (Lc 1, 30‑33).

Le parole dell’Angelo a noi, che viviamo dopo il compimento degli eventi, appaiono chiare. Però quanti problemi potevano porre alla coscienza di Maria in quel particolare momento! Ella, giustamente, avrebbe potuto far notare la sua particolare condizione di ‘promessa sposa’; ella avrebbe, legittimamente, potuto esigere garanzie per tutelare la sua onorabilità davanti a Giuseppe e alla gente di Nazareth; ella, per lo meno, avrebbe avuto il diritto di avere precise spiegazioni su come Dio pensava di portare avanti un progetto così ardito e unico.

Ma, ecco il prodigio! Ecco la bellezza e la grandezza del cuore di Maria! Ecco il salto meraviglioso della fede: Maria pone all’angelo una delicatissima domanda, che non nasce dal desiderio di difendersi, ma dal desiderio di consegnarsi al progetto di Dio in totale obbedienza: “Come è possibile? Non conosco uomo!” (Lc 1, 34).

E l’Angelo assicura Maria che la maternità avverrà per opera dello Spirito Santo, lasciando intatta la sua verginità.

L’Angelo stesso, a questo punto, si accorge di aver detto una cosa enorme, una cosa che non era mai accaduta e che non si sarebbe mai più ripetuta. E dice a Maria: “Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei che tutti dicevano sterile: nulla e impossibile a Dio” (Lc 1, 36‑37).

E Maria, in un atto di pura libertà, si apre a Dio, si consegna a Lui, si restituisce al Creatore che diventa Salvatore e dice: “Eccomi! Sono la serva del Signore. Avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1, 38).

Questo atto di libertà apre a Dio un varco dentro la storia umana, affinché Egli possa accendere, nel freddo del peccato, il fuoco dell’Amore. E Maria, nel momento in cui si dichiara serva del Signore, tocca il vertice più alto della libertà umana. La libertà, infatti, ci è stata donata come opportunità per aprirci a Dio, del quale portiamo dentro di noi un innato bisogno e verso il quale avvertiamo una oggettiva gravitazione. L’uomo può, se vuole, rinnegare la gravitazione verso Dio, ma, in questo modo, la libertà umana abortisce e diventa essa stessa la punizione dell’uomo.

Biagio Pascal (1623‑1662) nel pensiero 267 ha scritto acutamente: “L’ultimo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la superano. Essa (=la ragione) è debole se non arriva a capire questo”.

Maria l’ha capito e, davanti alla storia, brilla come la creatura più ragionevole e, nello stesso tempo, come la creatura più libera: anzi, la maestra di libertà!

E dal momento in cui ha pronunciato il Suo sì, Maria è coinvolta, per decisione dell’Altissimo, in un meraviglioso ruolo di collaborazione nell’opera della salvezza compiuta dal Suo Figlio. J. P. Sartre, mentre era prigioniero a Treviri nel 1941, ebbe una autentica illuminazione e si espresse così: “Sul volto di Maria è apparso uno stupore che non apparirà mai più sul volto di una creatura. Maria, infatti, è l’unica creatura che, stringendo al petto il Suo Figlio, può dirgli: ‘Dio mio!’. Ed è l’unica creatura che, pregando il Suo Dio, può dirgli: ‘Figlio mio!’.

È singolare il fatto che Sartre sia riuscito a darci questa perfetta sintesi di mariologia. Lo Spirito veramente soffia dove vuole!

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